| I medici si raccontano - Ogni uomo è mio fratello |
|
|
Ogni uomo è mio fratellodi Renato Buzzonetti
Ogni uomo è mio fratello
Confesso che mi torna molto difficile e strano considerare me stesso «un dono per chi mi sta vicino». Ho abbastanza spirito autocritico, realismo e umorismo per valutarmi con una misura sufficientemente esatta per quello che sono, per quello che valgo, per quello che ho e soprattutto per quello che sembro di essere, di valere e di avere. Inoltre, a una certa età della vita, quando persino i capelli bianchi scarseggiano e la professione medica ha accumulato migliaia di ore di studio, migliaia di malati visitati e curati, centinaia di certificati di morte firmati… uno sguardo retrospettivo non vede solo le buone cose fatte – che, grazie a Dio, anche ci sono –, ma soprattutto le tante cose mal fatte e, in particolar modo, le troppe cose omesse o stoltamente rinviate ad un tempo che non arriverà più. Ma non vivo solo in un’isola deserta. Sono nato in una casa di genitori cristiani, sono cresciuto in una parrocchia a fianco di bravi padri redentoristi, sono stato allevato in una scuola elementare di suore polacche, ho sfilato in parata con il pugnale e il moschetto della Gioventù Italiana del Littorio e ho studiato in buone scuole pubbliche sino alla laurea. I miei orizzonti si sono progressivamente allargati negli anni verdi della Gioventù Cattolica e della passione politica. E poi è arrivato l’ospedale, là dove ho conosciuto i malati. Ho scoperto che molte persone della più varia estrazione – non tutte – avevano simpatia per me, mi offrivano la loro amicizia, erano con me solidali nelle ore difficili, si affiancavano a me nel quotidiano cammino del lavoro. Scoprii anche che qualcuno mi amava, come mia moglie e i miei figli. Allora cominciai a sperimentare che tante creature vive, che progressivamente avevano riempito la mia vita e i miei ideali, si facevano dono per me. E nel mestiere di medico fu il malato che si fece dono per me: ogni malato senza distinzione di sesso, di età, di stirpe, di religione… perché ogni uomo è mio fratello e ogni fratello è un dono. È vero: nella vita quotidiana, frammentaria e tumultuosa, spesso me ne dimentico e il fratello-dono viene bistrattato, trascurato, offeso…, ma l’ospedale rimane il luogo privilegiato dove, per un cristiano, è pressoché inevitabile non sentirsi quotidianamente segnato da questa sfida di comunione e di amore. Il malato mi coinvolge nel suo destino, si mette nelle mie mani, si fida di me (non sempre!), mi confida le sue pene e le sue speranze, condivide con me la gioia della guarigione o la solitudine dell’agonia. Mi dona se stesso anche se non lo saprà mai. E la radice prima di questa fraternità e di questo dono, inscritta nella natura dell’uomo, è nell’universale dono della figliolanza di un unico Padre. Ma il dono è reciproco: io sono fratello di ogni uomo, del più lontano e del più sconosciuto e, a maggior ragione, di quello che condivide il mio cammino, spezza con me lo stesso pane, fatica ogni giorno al mio fianco, mi chiede aiuto nell’ora della malattia. Il malato ha poi un suo specifico diritto di riconoscermi come dono per sé: egli attende da me un soccorso che forse solo io, in quel momento della sua vita, gli posso dare e deve toccare con mano, come un cieco che serra la mano del suo accompagnatore, che io, il suo “dottore”, metto in gioco per lui tutto me stesso con la mia cultura, con la mia esperienza, con il mio coraggio, con la mia fede… per lui accetto i rischi di una professione pericolosa senza compromessi mercantili e senza egoismi personali. Ogni bravo medico nel suo DNA porta la vocazione del cireneo. Egli è vincolato ad un servizio di carità, che lega malato e medico in un unico misterioso ma reale progetto e dono di salvezza.
Il fulmine che non ci fu
Quale episodio nella mia esperienza clinica è stato determinante per la mia formazione professionale? Non ricordo un episodio fulminante, che abbia dato un’ impronta e una svolta al mio percorso professionale. Piuttosto c’è stato un mosaico di eventi, fatto da mille tessere più o meno colorate, che hanno costruito e stimolato la mia formazione di medico. E tra le pagine di questa mia vita di clinico, rimangono indelebili le lunghe notti di guardia pressoché solitaria trascorse in un grande ospedale romano nei tempi lontani, quando l’internista doveva esser capace di fare tutto, dall’elettrocardiogramma all’esame delle urine, molte specialità non erano ancora state istituite e il giovane medico si confrontava, praticamente da solo, con una variegata gamma di patologie e faceva del suo meglio per curare i tanti malati, in gran parte sconosciuti, che soltanto per poche buie ore notturne erano a lui affidati, quasi oscuro angelo custode senza ali. In quelle ore affiorava prepotente il senso della missione, il cireneo accettava di condividere il peso della croce di tanti ignoti fratelli e il medico celebrava il suo laico “mattutino”.
Non Numero ma Persona
Più che mai il medico ha bisogno di imparare l’arte del relazionarsi... Con una terminologia inconsueta l’arte del relazionarsi intende definire il rapporto umanamente vivo, efficace, duraturo, progressivo, finalizzato (talora solo implicitamente), tra persone che si incontrano, l’una accanto all’ altra, sui molteplici sentieri della vita: dalla famiglia alla scuola, dalla fabbrica allo stadio... Certamente la professione del medico esige questa arte difficile, ma non impraticabile. La relazione preminente è ovviamente quella con il malato, persona e non “numero di letto”. Essa esige la totale disponibilità, fatta di cuore, di pazienza, di rispetto anche formale e di impegno professionale. La stagione dei dottori Terzilli alla Sordi è ormai tramontata. Ma accanto al malato, c’è la sua famiglia, che non solo chiede notizie, ma vuole essere partecipe della gestione della malattia e scruta parole, atteggiamenti, silenzi del medico. E quando la famiglia è latitante o nemmeno c’è, tocca anche al medico, accanto agli altri operatori sanitari, creare un rapporto di supplenza, dove non deve mancare la tenerezza. Il cerchio relazionale poi, si allarga al mondo sanitario, in cui il singolo medico è inserito. È un mondo complicato, dove le più nobili virtù umane si intricano con interessi, ambizioni, vendette, privilegi, baronie, negligenze certamente deprecabili, specie quando si panneggiano sotto la veneranda egida di istituzioni religiose. Ma le nobili virtù non possono essere dimenticate: sono la filigrana della fatica nascosta, silenziosa, umile, tenace di un rapporto umano e spirituale, che con un peculiare spirito di corpo lega ad una stessa cordata medici, infermieri, operatori sanitari e che fa maturare amicizie che non conoscono pensionamento. Ma «noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini» (Benedetto XVI). L’arte del relazionarsi qui tocca il suo culmine e anzi la sua ragione ultima. Solo quando incontriamo il Cristo vivente e ne riconosciamo il volto in quello dell’uomo malato, scopriamo che cosa è la vita, chi siamo noi stessi, quale relazione di grazia, riflesso della vita trinitaria, ci vincola gli uni agli altri.
Una strategia orante
Quale strategia che consenta ad un’équipe multidisciplinare di realizzare un’autentica relazione alla luce della fraternità? Nell’ambito clinico il luogo privilegiato per verificare l’autenticità delle relazioni umane e professionali è certamente la formazione e l’attività di un’équipe multidisciplinare. Fondamentale è l’individuazione degli obiettivi di lavoro, che vanno modulati con l’esperienza sul campo. Altrettanto fondamentale è l’arruolamento del personale, che va selezionato, per quanto possibile, nella precisa prospettiva dei compiti assegnati. Indispensabili sono il rispetto delle competenze specifiche e la disciplina operativa, che identifica il primo responsabile del gruppo. Cemento unificatore è indubbiamente un sentimento di reciproca stima e rispetto e una schietta cordialità di rapporti. Dalla quotidiana fatica, vissuta in comune, spesso giorno e notte, nascono un metodo di lavoro condiviso, una solidarietà paziente che si estende al fuori delle mura dell’ospedale e spesso un’amicizia duratura. Il senso religioso dell’esistenza, da alcuni nemmeno percepito ma operante nel segreto delle coscienze, arricchisce questa relazione con una dimensione vivificante, perché ciascuno di noi è «il frutto di un pensiero di Dio» (Benedetto XVI). Un esempio – per me unico e irrepetibile – di questa strategia e di questa collaborazione, animate dall’arte della relazione, è stato vissuto con l’équipe multidisciplinare che, negli ultimi due mesi di vita, ha assistito Giovanni Paolo II nel suo appartamento nel Palazzo Apostolico vaticano. Fu mio compito scegliere e dirigere il personale direttamente assegnato all’immediata assistenza del Santo Padre. Erano medici e infermieri da me ben conosciuti e stimati, già allenati ad un servizio estremamente delicato, complesso e riservato e, dettaglio non irrilevante, in parte già conosciuti dal papa. Nel gruppo furono inseriti medici dipendenti part-time dallo Stato della Città del Vaticano, ma operanti in alcuni prestigiosi ospedali pubblici e in due facoltà mediche di Roma. L’équipe era composta da quattro infermieri esperti di terapia intensiva cardiorespiratoria e da medici che si alternavano al letto del paziente 24 ore su 24. Al fianco di dieci medici rianimatori, operavano specialisti di cardiologia, di medicina interna, di otorinolaringoiatria, di dermatologia, di ortopedia, di radiologia e di patologia clinica, supportati fraternamente da tutto il personale sanitario, tecnico e amministrativo della Direzione di Sanità e Igiene dello S.C.V. La motivazione professionale era fortissima ed era accentuata dalle obiettive difficoltà della gravi condizioni cliniche dell’infermo. Il clima di profonda ininterrotta preghiera e di forte tensione interiore che si percepiva nel rapporto diretto con il Santo Padre, rendeva tutti consapevoli dell’inaspettata vocazione ecclesiale a cui eravamo stati chiamati. La strategia operativa diventò così una strategia orante, segnando nel cuore di ogni medico e infermiere il segno indelebile di una relazione con il malato che travalicava i limiti della scienza e della tecnica e assumeva i lineamenti di un’amicizia inattesa e nuova nella filiale condivisione del dolore, della preghiera e della beata speranza. |






