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Sono rientrata dalla maternità e mi era stato assegnato un nuovo capo, i progetti che avevo seguiti assegnati ad altri e… vabbè.

Ma riprendendo a lavorare il capo mi ha letteralmente riempito di progetti, io ho cercato anche con straordinari di svolgere tutto, poi nelle riunioni mi sono permessa di dire che alcune cose secondo me dovevano essere fatte in un modo differente altrimenti il sistema non avrebbe funzionato… il capo mi ha tolto alcuni progetti, peraltro già tutti impostati con duro lavoro, e li ha assegnato a un collega dicendo che ci stavo mettendo troppo. Un socio dell’azienda mi ha confidato che loro apprezzano il mio lavoro ma… cosa devo fare? Per me è fondamentale svolgere correttamente e al meglio il mio lavoro, ma vorrei anche che mi venisse riconosciuto…

Le relazioni tra colleghi o tra gerarchie diverse non sono affatto semplici, molte possono essere le motivazioni e le dinamiche sottostanti a questa situazione, andrebbe esplorata in tutte le sue parti e soprattutto andrebbero esplicitate le idee che sottostanno a queste azioni.

Provo a fare qualche riflessione su alcune parole chiave che emergono dalla sua lettera. Mi sembra di capire che ci sia già un malessere iniziale dovuto ai cambiamenti che il periodo di maternità aveva determinato. Per la donna sicuramente non è facile reintegrarsi e l’azienda allo stesso tempo ha bisogno di portare avanti le attività (non so in questo caso quale sia la visione della “maternità” all’interno dell’impresa). Questa questione porta con sé già un pregiudizio che può essere presente nell’una e nell’altra parte. I pregiudizi in generale ci portano a costruire quella che si chiama la “profezia che si autoadempie”. Questo concetto è stato introdotto in sociologia da Robert K. Merton nel 1948, per indicare quei casi in cui una supposizione – per il solo fatto di essere creduta vera – alla fine si realizza, confermando la propria veridicità seppur inizialmente infondata.

Quindi, se penso che «al lavoro mi vogliono mettere da parte perché sono una donna», forse c’è qualche probabilità in più che ciò accada, e se dall’altra «sono convinto che una donna non potrà mai essere alla pari di un uomo e mancherà alla prima febbre del figlio», è probabile che inciderò su questo.

Un altro punto sul quale si può riflettere è il tipo di comunicazione che mettiamo in atto nel portare avanti le nostre idee, tendenzialmente siamo “assertivi” quando diciamo con gentilezza quello che pensiamo e cerchiamo di valorizzare il pensiero dell’altro (il collega, il capo, il sindacalista ecc.). Oppure a volte si può cadere in una forma di sottile (o palese) aggressività verbale o non verbale (anche solo con l’atteggiamento e il modo di fare). Nelle questioni lavorative possiamo tendere a svalutare o a sottovalutare l’altro (attraverso l’aggressività) e questo può creare disagio e attivare conflittualità. Lo stile comunicativo-relazionale generato da entrambe le parti determina anche la qualità del rapporto professionale e delle “scelte” che vengono fatte.

Un terzo elemento su cui vorrei riflettere è “l’orientamento del lavoratore”: spesso c’è chi è orientato al risultato, vuole lavorare bene e raggiungere l’eccellenza. Chi invece si concentra di più sulle relazioni tra colleghi e a volte perde di vista l’obiettivo del lavoro. Questi due orientamenti dovrebbero viaggiare di pari passo, se la focalizzazione al “fare le cose bene” ci fa perdere di vista la relazione con l’altro, probabilmente si potrà arrivare al risultato, ma nel lungo termine non si costruirà un buon clima e questo malessere andrà ad inficiare il lavoro di tutti.

Inoltre, nella vita adulta non sempre avviene il riconoscimento, la voce esterna che vorremmo ci gratificasse può diventare interna, questo implica un lavoro personale su noi stessi.

In sintesi, dunque, suggerisco quattro passi da fare:

1) rifletti su ciò che è sotto la tua responsabilità, cioè ciò che puoi effettivamente fare e cambiare. Il resto, ciò che dipende dal cambiamento dell’altro, va lasciato andare (provoca solo frustrazione);

2) chiediti come puoi essere agente attivo di cambiamento attuando una modalità “assertiva”, cioè esprimendo in modo chiaro ed efficace le tue emozioni e opinioni senza aggredire l’interlocutore;

3) se sei orientata solamente all’obiettivo, guardati attorno e ricostruisci le relazioni, ricerca il positivo che c’è;

4) per ultimo, non per importanza, pensa a una parola di incoraggiamento da dirti internamente nei momenti di difficoltà.

Ogni persona ha in sé le potenzialità per cambiare!

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