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Firenze_la_fraternitàNella letteratura sociologica contemporanea si parla molto dell’individualismo, non più come valorizzazione del singolo con la sua dignità ma nella deviazione egocentrica, come chiusura egoistica sino all’intolleranza. Di conseguenza la solitudine emerge come patologia (la solitudine del cittadino globale di Bauman) che chiede, anche senza parlare, aiuto e cura. Ecco allora che la grande sfida della città oggi è “la scoperta dell’altro” proprio per riscoprire sé, in relazione. Diceva il grande letterato russo Michail Bachtim: “L’uomo non possiede un territorio ‘interno’ sovrano. Egli è integralmente e sempre su una frontiera: guardando dentro di sé, guarda negli occhi altrui e attraverso gli occhi altrui.

 

Non posso fare a meno dell’altro, non posso divenire me stesso senza l’altro”[1].

Detto in altre parole senza relazioni la città muore. Poniamo allora una domanda: le relazioni sono date o si costruiscono? L’uno e l’altro perché ogni persona è in sé relazionale, ma ogni relazione va “confezionata” ossia desiderata, voluta, inseguita.

Di fronte all’incensamento dell’affermazione dell’io, della propria identità, del possesso di una personalità forte ecc, le stesse relazioni sono viste come competitive, concorrenziali, antagonistiche, conflittuali, addirittura contrapposte e litigiose. Per non dire delle relazioni negate, rotte, spezzate, lacerate, tradite.

Oggi, la città ha bisogno di una “cultura della relazione”. Bisogna spendere risorse e impegno in un’attività di formazione e di educazione alla relazione. Ciò implica una conoscenza migliore delle dinamiche e delle modalità nonché dei valori della relazione. Saremmo tutti più in grado di apprezzare gli effetti, i prodotti delle relazioni costruite e vissute.

Ancora una domanda: come creare e sviluppare una cultura della relazione che sia in grado di soddisfare l’anelito di realizzazione e felicità di ogni essere umano?

Mi sembra di cogliere qui un nodo fondamentale nella storia e nella comprensione del mistero dell’essere umano. Come coniugare identità e socialità? Da dove deriva questa ontologica necessità di Ego verso Alter? Come è possibile l’armonia di queste due tendenze che nella vita spesso sono contrastanti e contraddittorie e, dunque, fonte di dolore e di anonalia?

Per i credenti cristiani  la fonte sorgiva di questa comunione tra persone è la Trinità stessa, modello di unità, riflesso della vita intima di Dio, Uno in Tre Persone (cf enciclica Sollicitudo rei socialis n. 40).

Chiara Lubich non vede questo modello astratto o lontano. Esso, per mezzo e in Gesù, vuole e deve essere realizzato in terra fra gli uomini.

Scrive: «E’ la vita della Santissima Trinità che dobbiamo cercare di imitare, amandoci fra noi, con l’amore effuso dallo Spirito nei nostri cuori, come il Padre e il Figlio si amano fra loro (…). Fin dagli inizi del Movimento (dei Focolari) ci hanno folgorato le parole di Gesù nella preghiera dell’unità: “Come tu Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi una cosa sola” (Gv 17, 2-21). E abbiamo capito che dovevamo amarci fino a consumarci in uno e ritrovare nell’uno la distinzione. Come Dio che, essendo Amore, è Uno e Trino» (Lectio in occasione del conferimento del dottorato honoris causa in teologia conferito dall’Università di Trnava [Slovacchia], 23.06.2003, Castelgandolfo [Roma], editrice Nové Mesto, Bratislava, p. 36).

Il filosofo e teologo Klaus Hemmerle, discepolo della Lubich, sottolinea e spiega questo rapporto, questa relazione tra divinità e umanità:  

«Il mio tempo si fa tempo “totale” soltanto se è tempo “diviso”. Non nella realizzazione di un progetto fissato da me stesso per me, bensì nella disponibilità di andare verso te in maniera sempre nuova, di farmi uno con te in maniera sempre nuova, cresce in me la forma di vita che poi non è mia. Se l’essere in quanto tale è relazione e può riuscire a raggiungere l’identità permanente solo in questa relazione, allora la mia vita ha la sua unità solo nella relazionalità e nel reciproco scambio del vivere (…). Non è questione di essere assorbiti l’uno dall’altro, né di un soffocamento del dialogo nella monotonia. Io sono me stesso solo se vado oltre me, elevandomi verso il Tutto e l’Assoluto. Questo superamento del sé non è però aggiuntivo a quello che in me è il mio essere, ma anzi il mio essere si attua in me proprio nell’andare oltre me. (…) Vedere me in te, te in me e vedere tra noi quell’unica vita e quell’unico amore: questo è l’atto del nostro essere nel quale soltanto noi attuiamo la globalità della nostra vita e della nostra persona. Il “comandamento nuovo” (cf Gv 13,34) e il “Testamento” di Gesù (cf Gv 17,21-23), l’amore reciproco intessuto spiritualmente che ci rende capaci di diventare una cosa sola nella reciprocità come il Padre e il Figlio sono uno e proprio perché sono uno, caratterizzano non solo il nostro compito trinitario ma anche proprio il nostro essere personale, la nostra identità, l’unità in noi della nostra vita. Questa globalità si realizza non in quanto io sono uno con me stesso e successivamente intreccio relazioni, ma in quanto vado oltre me, mi faccio uno con te e in ciò mi riscopro nella relazionalità della comunione reciproca. Non dall’io al noi, ma dal noi all’io: questa è la “nuova via” dello Spirito»[2].

Con questa comprensione di fondo della nostra realtà di esseri umani, possiamo scoprire quali valori ci aiutano a realizzarci.

Ci sono tanti valori che si manifestano e atteggiamenti e comportamenti sociali senza i quali possiamo raggiungere difficilmente obbiettivi positivi. Questi valori creano dinamiche sociali particolari. Vorrei citarne rapidamente solo alcune in ordine di importanza crescente

La tolleranza. E’ già positivo, ma assolutamente insufficiente. La tolleranza può impedire il contrasto, il confronto, il conflitto ma non è certo in grado di creare relazioni costruttive.

Il rispetto. E’ un passo in più perché richiede la conoscenza e il riconoscimento dell’altro.

Anche la solidarietà è un collante fondamentale per una relazione costruttiva. Vuol dire attenzione all’altro che è nel bisogno e con cui ci si identifica condividendo preoccupazioni, pene, sofferenze, angosce, necessità spirituali, morali e materiali.

Ma perché non andare più in alto e fare di ogni relazione nella città una relazione di fraternità? La fonte e il segreto della vera fraternità è l’amore, l’amore mutuo predicato e attuato da Gesù di Nazaret. Egli introduce l’idea dell’umanità come famiglia, l’idea della “famiglia umana” possibile per la fraternità universale in atto.

Per vivere la fraternità nella convivenza cittadina bisogna coniugarla con l’amore. Ed è qui il punto nodale di una grande rivoluzione: l’amore, dimensione conosciuta e realtà essenziale per ogni essere umano in qualsiasi latitudine, nella società moderna è stato accantonato e relegato nella vita privata e non considerato necessario alla vita pubblica. Farlo ritornare nei rapporti pubblici, strutturali e istituzionali è il salto di qualità indispensabile per ridare vitalità alle città e ad ogni comunità.

E ora veniamo ad alcune dinamiche sociali che la fraternità è in grado di creare e alimentare.

·                 La fraternità come relazione

Per il sociologo Donati la relazione «è la categoria fondamentale dell’essere e dell’agire della società, in quanto si intenda quest’ultima come il campo delle relazioni intersoggettive e strutturali di comunicazione in tutte le sue possibili forme»[3].

La fraternità crea non solo rapporti che si basano sulla parentela ma, soprattutto con l’apporto del messaggio cristiano, acquisisce la qualità universale.

Ciò significa distendere i rapporti fraterni oltre i vincoli del rapporto parentale e dei legami familiari per raggiungere ed abbracciare ogni essere umano, uomo o donna, cittadino o straniero, della mia o dell’altrui razza, patria, etnia, religione, considerato e accolto come un fratello, una sorella.

Si può anche asserire che tutti sono fratelli e sorelle proprio perché l’intera umanità è radunata dal Cristo come un’unica famiglia. La fraternità costituisce un valore così costitutivo dell’umanità e così universale, che la si trova in qualche misura affermata in tutte le grandi religioni.

·                 La fraternità richiede unità e distinzione

La relazione di fraternità esige e richiede per compiersi, il darsi contemporaneo dell’unità e della distinzione. Ravvisare la presenza simultanea dei due elementi non è solo importante ma necessario perché l’unità ben concepita rafforza e realizza una sana simbiosi fra le parti della relazione pur mantenendole distinte. La distinzione, a sua volta, sottolinea, preserva e tutela l’identità di ciascuno, impedendo ogni assorbimento, dipendenza o sottomissione, e allo stesso tempo mantenendola nell’unità.

Si può anche configurare e ipotizzare un relazionarsi fraterno che comporta l’unità-distinzione a livello non solo micro ma anche a livello macro: fra comunità, popoli, etnie, nazioni, stati, religioni, istituzioni.

Il processo di mondializzazione lo richiederebbe come dimensione necessaria della nuova realtà sociale che si va prospettando. La fraternità potrebbe essere in grado di attivare nelle relazioni internazionali un plus nuovo e innovativo, certamente difficile e complesso da articolare e realizzare, ma fattibile e decisivo per il futuro dell’umanità. Infatti, in questo senso, la storia offre esempi non trascurabili.

·                 La fraternità come reciprocità

Uno dei dinamismi dell’azione sociale è quello di essere reciproca, vale a dire inter-azione.

Simmel afferma che: «il sociale è il relazionale in quanto tale, ossia l’azione reciproca in quanto inter-azione che produce, si incorpora e si manifesta in qualcosa che, pur non visibile, ha una sua “solidità”»[4].

Sia Weber che Simmel cercano di spiegare questa reciprocità: dettata da un senso dato dal soggetto (Weber), o in vista di determinati scopi (Simmel).

Si può dire che la fraternità genera la reciprocità nell’amore, che è agape, specchio e riflesso dell’Agape trinitaria («Dio è Amore» [1Gv 4,8]). «Il Dio della religione è il Dio della relazione: l’unità concepita come interazione»[5].

 Ci troviamo davanti a un tipo particolare di amore che non si aggiunge agli amori umani (paterno, materno, filiale, amicale, sponsale) ma li informa tutti, sottostà a tutte le possibilità di amore nelle loro diverse sfumature. Cosicché ogni tipo di amore umano è più pienamente tale nella misura in cui si modella sulla fraternità.

La relazione fraterna è essenzialmente reciproca, come movimento che va e che torna, carico di valori quali la fiducia, l’accoglienza, l’ascolto, il dono, la condivisione, ed è orientata a superare e risolvere il contrasto, il conflitto, la contrapposizione, la rottura.

La conseguenza è la piena e autentica realizzazione dell’intersoggettività degli attori coinvolti nella relazione, allorché vivono l’impegno reciproco l’uno verso l’altro. In questo modo si danno le condizioni per una più piena realizzazione della persona.

·                 La fraternità come dono

Secondo il sociologo Gasparini «Il dono contiene un ineliminabile risvolto di socialità e di relazionalità; e in esso è presente una concretezza di espressioni e di conseguenze, anche indipendentemente dagli orientamenti interni o interiori – ad esempio caritatevoli, filantropici o “interessati” – di chi lo pone in essere»[6].

Nella fraternità il dono viene vissuto in una dimensione ancor più ampia e profonda, più avvolgente lo stesso nostro essere.

«Ho sentito – scrive Chiara Lubich – che sono stata creata in dono a chi mi sta vicino e chi mi sta vicino è stato creato da Dio in dono per me»[7].

La fraternità inoltre rivela e spiega in che cosa consista l’essenza del dono. «L’uomo origina le società grazie ad una generosità radicale che si trova inscritta nel suo essere, nella sua vita, nella sua intelligenza e nell’amore, che gli consentono il dialogo con gli altri e di sovrabbondare nel dono di sé»[8].

L’essere umano dunque è un essere per il dono e questa sua qualità viene trasferita in tutti i legami e in tutte le relazioni in cui esso è coinvolto.

Dono, dunque, è sinonimo di amore. Il dono non è altro che amore in atto, che non solo non si chiude, ma è di per sé  diffusivo. L’amore richiede il dono, chiede ad ogni agente sociale, individuale  o collettivo, di trasformarsi e di agire come un donatore.

«E amare significa donarsi: pensare al fratello vivendolo…» (Lubich, Scritti inediti).

La relazione fraterna simbolo compiuto dell’amore-agape si carica così di contenuti. E’ un puro dono ma non disdegna lo scambio e la reciprocità, anzi, la richiede, ma in un profilo alto. Non include ciò che si può comprare, vendere, possedere e consumare, ma si innalza verso la libertà e l’amore.

Il dono di sé all’altro si manifesta pure nel dare beni spirituali e materiali, come condivisione e comunione di beni. «Così l’amore circola e porta naturalmente (per la legge di comunione che vi è insita), come un fiume infuocato, ogni altra cosa che i due possiedono per rendere comuni i beni dello spirito e quelli materiali»[9].

La condivisione e la comunione dei beni rafforzano i legami fraterni creando una vera arte del dare ricca di ulteriori atteggiamenti ben precisi: gratuità, oblatività, larghezza, letizia, reciprocità.

Si può di conseguenza asserire che nella relazione fraterna la profondità dei rapporti, l’intensità dell’interazione e dei sentimenti di amore, di stima, fiducia – resi universali – compongono relazioni in grado di ispirare nella realtà sociale a tutti i livelli e ampiezza, un soffio positivo e suggeritore di armonia, equilibrio, rispetto, ordine e, proprio per questo, di progresso, sviluppo e perfezionamento di notevole portata, tutti elementi particolarmente richiesti da una società caratterizzata da anomalie e contrasti.

La fraternità va riscoperta in tutta la sua pregnanza religiosa e laica, in grado di costruire dinamiche sociali ricche, come ispiratrice di politiche sociali rispettose della dignità umana e strutture economiche e produttive indirizzate al bene comune; in una parola: la fraternità può diventare un nuovo paradigma all’altezza del mondo globalizzato, delle nostre società complesse e multi culturali

 

 

Vera Araújo

 



[1] Cit. in T. TODOROV, La conquista dell’America – Il problema dell’altro, Einaudi, Torino 1992, p. VIII.

[2] K. HEMMERLE., Partire dall’unità, Roma 1998, pp. 60-61.

[3] P. DONATI, Introduzione alla Sociologia relazionale, Franco Angeli Editori, Milano 1993, p. 244.

[4] P. DONATI, Teoria relazionale della società, Franco Angeli, Milano 1994, p. 46.

[5] G. SIMMEL,  Saggi di sociologia della religione, Borla,  Roma 1993, p. 228.

[6] G. GASPARINI, Elementi per una sociologia del dono,  in AA.VV, Il dono – tra etica e scienze sociali, Ed. Lavoro,  Roma 1999, p. 18.

[7] C. LUBICH, Spiritualità dell’unità e vita trinitaria, in “Nuova Umanità” 151 (2004), pp. 15-16.

[8] M. TOSO, Umanesimo sociale, LAS, Roma 2002, p. 437.

[9] C. LUBICH, Risurrezione di Roma,  in “Nuova Umanità” 6 (1995), p. 6.

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