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family.jpgA questa domanda si è proposto di rispondere un gruppo di medici e studiosi di dinamiche commerciali degli Stati Uniti. Ne è nato uno studio con mille pazienti intervistati nelle sale d’attesa dei medici di famiglia.

Partendo dall’osservazione - presente in letteratura - che il grado di soddisfazione dei pazienti è maggiore quando vi è continuità assistenziale, gli autori hanno cercato di appurare se l’intensità del legame tra i pazienti ed il loro medico fosse correlata con l’aderenza alla terapia e con la correttezza delle abitudini alimentari.
A tale scopo sono stati intervistati circa mille pazienti, avvicinati nelle sale d’attesa di ambulatori di Medicina Generale del Texas, ai quali è stato chiesto di compilare un questionario precedentemente validato.

I risultati della ricerca sono stati pubblicati nel numero di gennaio-febbraio 2008 degli Annals of Family Medicine 1.

Le risposte al questionario, elaborate sulla base di un sistema di equazioni che ponevano in relazione le componenti della fiducia nel medico, la forza del legame tra paziente e curante, l’aderenza alla terapia e la presenza di abitudini alimentari sane, hanno evidenziato un legame statisticamente significativo tra gli elementi considerati. In altre parole, la fiducia nel medico risulta nutrita non solo dall’opinione del paziente nella competenza tecnica del medico, ma anche dalla conoscenza che quest’ultimo mostra di avere del paziente e da quanto egli, attraverso il dialogo, ne incoraggia e sostiene le scelte riguardanti la salute.
A sua volta, il grado di fiducia è correlato con il legame che il paziente avverte verso il medico, con l’aderenza alla terapia e – da ultimo – con sane abitudini alimentari. Il coefficiente di correlazione quadratico complessivo del sistema (R2) è molto elevato (0,71). Gli autori concludono che l’intensità della relazione medico-paziente è importante e che essa “è costruita non solo dalla competenza medica” del professionista, “ma anche dalla sua competenza comportamentale interpersonale”.

Essi stessi, tuttavia, fanno notare che l’esito clinico considerato, cioè le abitudini alimentari, e l’aderenza alla terapia non sono stati misurati obiettivamente, ma valutati sulla base delle dichiarazioni dei pazienti; inoltre, le interviste raccolte in sala d’attesa potrebbero aver privilegiato coloro che più assiduamente frequentano il proprio medico curante e non essere espressione della generalità dei pazienti. Accanto a tali limiti, osserverei che la prospettiva adottata per la valutazione del  legame tra paziente e medico sembra alquanto condizionata dalla competenza di alcuni degli autori per le dinamiche commerciali. Essa sembra risentire di una visione del rapporto medico-paziente “alla Tatossian”, che lo assimila a quello più generale fra un tecnico ed un cliente che chiede un “intervento di riparazione”. La capacità di impostare adeguatamente il rapporto con il paziente rischia di essere ridotta, in tale contesto concettuale, ad una “abilità tecnica” in più.
Sarebbe interessante valutare, parallelamente alle percezioni dei pazienti, il ruolo delle motivazioni dei medici. In ogni caso, i risultati dello studio sono degni di attenzione e stimolano a proseguire la ricerca nelle direzioni lasciate aperte dagli autori.

Teodoro Marotta, Napoli
Azienda Sanitaria Locale “Napoli 1”, Napoli
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1. Berry LL, Parish JT, Janakiraman R, Ogburn-Russel L, Couchman GR, Rayburn WL, Grisel J. Patient’s commitment to their primary physician and why it matters. Ann Fam Med 2008; 6: 6-13.

www.annfammed.org

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