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Il senso della questione: pandemia o epidemie diffuse? La diffusione del virus della pandemia Covid-19 ha colto di sorpresa gran parte del mondo occidentale.

Per quanto la storia delle pandemie non sia solo storia recente, tuttavia la rapidità con cui il virus si è diffuso, la modalità invisibile del suo propagarsi, la mancanza di definizione di strategie certe di protezione, e il fatto che per gran parte della popolazione occidentale questa sia la prima pandemia a cui ci si trova effettivamente esposti, sperimentare il lock-down contemporaneo di milioni di persone sul pianeta, hanno portato in una situazione del tutto sconosciuta.

In psicologia, quando ci si trova di fronte ad una situazione sociale nuova, si osserva l’adozione di meccanismi noti come “euristiche cognitive”, che consentono di attuare comportamenti mediamente corretti anche in situazioni ignote. Uno di questi meccanismi è detto “euristica dell’ancoraggio” e si riferisce alla tendenza, in situazioni del tutto nuove, a ricondurre la nuova realtà con la quale ci si deve confrontare a frammenti di situazioni più familiari riconducibili alla propria esperienza passata. Questo meccanismo consente di dare un senso a quanto accade intorno di nuovo e guida le azioni laddove non vi sia altro orientamento. Per esempio se si fosse invitati a pranzo in un consesso molto elevato (ad es. da una famiglia reale) si potrebbe non conoscere le regole di comportamento e, per cercare di orientarsi, si tenderebbe ad “ancorarsi” utilizzando una strategia a noi nota, come osservare i più esperti e copiarne il comportamento.

Allo stesso modo in questo momento ci si trova necessariamente ad “ancorarsi” anche e soprattutto utilizzando parole che ci orientino, in quanto non esiste già un linguaggio comune adatto a definire le diverse componenti di tale situazione.

Per raccontare quello che è successo in questo lasso di tempo si è perciò rapidamente traslato il senso di parole coniate in altre situazioni, sulla base di similarità di alcuni aspetti che di volta in volta sono risultati salienti.

Nell’ambito dell’analisi psicologica del discorso è fondamentale la centralità dei modi in cui le parole danno forma al pensare e al rendere concreta la realtà circostante. La prospettiva della psicologia culturale e discorsiva, e quella interazionista-simbolica, considerano la variabilità situazionale una caratteristica intrinseca del discorso e delle azioni sociali, nel senso che il discorso è sempre “orientato all’azione, pensato per le azioni, riflessivamente costituente il senso delle azioni stesse, e retoricamente orientato” (Edwards, 1998, p. 18[1]).

La filosofia del linguaggio e la semiotica hanno identificato una importante caratteristica delle parole che si utilizzano l”‘indessicalità”, cioè la relazione di un termine o un enunciato con il contesto al quale si riferisce; più esattamente è il fenomeno per cui un segno (ad es. un termine) si riferisce ad uno specifico oggetto nel contesto in cui quest’ultimo esiste. Le parole ed alcune espressioni nell’uso comune derivano spesso alcune parti del loro valore referenziale appunto dall’indessicalità, cioè da un rapporto reale o rappresentato con uno specifico oggetto inserito in un contesto anch’esso specifico. Quindi traslare le parole da un contesto ad un altro conduce a disorientamenti, a volte significativi.

Sulla recente pandemia si è già ampiamente parlato dell’impatto socio-economico, ma giunge ora il tempo di fermarsi a riflettere su questi aspetti indessicali, sul modo in cui, cioè, in assenza di termini specifici per un contesto a tutti nuovo, le parole che sono state ascoltate e utilizzate hanno a volte subìto uno slittamento di senso, a volte invece reificato molti fenomeni invisibili, inimmaginabili e anche a volte irreali. Abbiamo usato il termine “positivo” tratto dalla medicina per indicare il contagio e comunicare notizie con un impatto emotivo altamente negativo, abbiamo creato negli ospedali percorsi per i malati e li abbiamo definiti “sporchi”. Termini che hanno significati traslati e implicazioni sul piano psicologico non trascurabili. Si potrebbe continuare a lungo.

Porre attenzione alle parole specifiche che sono state utilizzate può aiutare, forse, a ragionare su quello che è stato e su quello che è stato rappresentato sui media e che si è riflesso nel senso comune, già a partire dal nome attribuito a questa pandemia.

L’11 febbraio 2020 il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha annunciato formalmente che la pandemia in atto sarebbe stata denominata ufficialmente COVID-19. All’annuncio il DG ha aggiunto che “Avere un nome è importante per impedire l’uso di altri nomi che possono essere inaccurati o rappresentare uno stigma” - ha spiegato Tedros. Dovevamo trovare un nome che non fosse di un luogo geografico, di un animale, di un individuo o di un gruppo di persone, che fosse pronunciabile e legato alla malattia”. Un nome che è anche un tentativo di fare della pandemia un fenomeno inclusivo.

Con il termine Epidemia (dal greco epi-demos) si definisce la diffusione di una malattia “sopra un popolo”, ovvero un contagio sovradimensionato che riguarda una collettività specifica in uno spazio e tempo delimitati.

Il termine Pandemia (dal greco pan-demos, “tutto il popolo”) indica, differentemente, una epidemia che ha diffusione globale, cioè non limitata ad un luogo definito e alla popolazione mondiale che provoca nella popolazione un tasso rilevante di casi gravi ed alta letalità.

Sul piano geopolitico la pandemia, dichiarata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità l’11 marzo 2020, viene definita come una sfida da fronteggiare in modo unitario, sinergico, collaborativo, supportandosi reciprocamente: “And let’s all look out for each other, because we need each other”[2]. Tuttavia, già in quella dichiarazione si fa riferimento al fatto che alcuni Paesi dovranno far fronte a difficoltà in termini di mancanza di risorse, di competenze, di soluzioni praticabili; ma su questo non si è poi assistito ad azioni di coordinamento globale. Di fatto, a livello internazionale, nazionale, locale, il temine ha presto perso il senso collettivo dell’opportunità di operare sinergicamente per assumere quello unicamente del pericolo collettivo.

Lo svuotamento del termine pandemia ha così creato un nuovo corollario di significati, un rafforzamento di barriere insuperabili, un moltiplicarsi di zone rosse che, invece di essere oggetto di maggior cura sono divenute oggetto di maggior stigma.

A livello internazionale, dunque, la pandemia è stata trattata come una pluralità di epidemie locali, con la conseguente deriva di una mancata sinergia coordinata per fronteggiare una comune emergenza e l’instaurarsi di comportamenti egoistici volti alla singolare sopravvivenza a diversi livelli (nazionalistici, regionalistici, personalistici). Questo ha portato anche sul piano psicosociale lo slittamento dall’idealizzazione sinergica collettiva all’azione concreta solitaria.

Una questione globale, pandemica, è stata così interpretata nel tempo come un pericolo globale da cui era necessario difendersi localmente. Paradossalmente, l’unitarietà del pericolo ha prodotto una pluralità di soluzioni che hanno alimentato la disgregazione sociale a diversi livelli.

 

La quarantena: ovvero del distanziamento e dell’isolamento sociale

Di fronte ad una emergenza dai caratteri invisibili e sconosciuti la risposta della scienza e della politica a livello globale e locale ha identificato nel distanziamento la strategia di protezione della vita umana. Letteralmente “distanziamento” implica il rispetto di una “giusta” distanza, ben definita, e utile ad evitare il contagio. Durante l’emergenza COVID-19 i termini quarantena e isolamento sociale sono stati spesso utilizzati dai media e nel senso comune come sinonimi del distanziamento, nonostante il primo si riferisca ad un periodo ben definito di restrizione del movimento di quanti possano essere entrati in contatto con una malattia infettiva, mentre il secondo alla separazione di chi è stato realmente contagiato. La situazione pandemica e la modalità della sua gestione a livello sanitario hanno unitamente creato così nel concreto un isolamento forzato dal sociale e, come ricaduta, un clima di diffidenza reciproca.

Sul piano fattuale, tuttavia, il distanziamento ha prodotto isolamento dalla vita sociale regolare per un periodo che si prolunga senza una prospettiva temporale definita.

Gli effetti psicologici dell’isolamento sociale sono già ampiamente noti[3]: molti studi riferiscono di stati di ansia e tendenza all’isolamento sociale anche a distanza di molti mesi dalla fine della quarantena, e disturbi da stress post-traumatico in gran parte delle persone sottoposte a quarantena.

Nella attuale pandemia l’impossibilità di distinguere le persone sane da quelle ammalate, ha creato forme di restrizioni sui movimenti e sulle attività della popolazione che hanno distinto solo in minima parte il distanziamento dall’isolamento.

Il carattere indefinito del morbo con cui ci si confronta ha creato perciò effetti distorcenti sulla percezione degli eventi, effetti anche consolidati dall’uso di termini “ancorati” a conoscenze scientifiche su epidemie pregresse, che però, in questo caso, hanno travalicato il loro uso corretto.

La vaghezza della durata della quarantena, le modalità di contagio e la paura di infezione, la definizione di insolita illiceità di attività normali, hanno aumentato il senso di solitudine e di incertezza sulla situazione, di spaesamento nel proprio ambiente, riducendo la capacità di comprensione da parte della popolazione circa la possibile traiettoria di risoluzione del tutto.

La quarantena si è così trasformata in un isolamento sociale prolungato che sappiamo essere uno stato anomalo per le persone. La riduzione di contatto sociale, la mancanza di informazione adeguata, il senso di frustrazione per l’inattività forzata, l’incertezza per il futuro, hanno spinto sul piano pratico le persone a trovare soluzioni personalistiche alla sopravvivenza all’interno di una crisi globale. Sul piano psicologico si è diffuso un senso di impotenza appresa generalizzata di cui dovremo occuparci in un futuro molto prossimo.

Tuttavia, a livello sociale, di fronte a tutto questo non poter fare, alcuni sono stati caricati socialmente di fronteggiare l’emergenza. Ad essi è attribuito un ruolo salvifico in questa situazione di estrema difficoltà diffusa. Li definiremo “gli eroi del quotidiano”.

 

L’essenza paradossale dell’eroe del quotidiano

“Sventurato quel popolo che ha bisogno di Eroi” affermava uno dei personaggi della Vita di Galileo di Bertoldt Brecht nel riferirsi ad una situazione sociale che trova soluzione solo nel sacrificio estremo di pochi.

Il termine eroe definisce nel senso comune una persona che si mostra valorosa in situazioni di pericolo e si mostra forte nella sofferenza. Il senso comune dunque riferisce la figura dell’eroe a qualcuno che rischia la propria vita per proteggere altri. In questo senso l’eroismo travalica quello che in psicologia si definirebbe un comportamento prosociale in quanto l’eroismo espone ad alcuni effetti paradossali sul piano psicosociale. Già da un decennio[4] la psicologia sociale ha riflettuto sulle situazioni in cui persone “normali” (“ordinary people”) sono messe nella situazione di agire in modo eroico. La questione si riferisce alla domanda: cosa succederebbe se la capacità di agire in modo eroico fosse una capacità di tutti noi? Esistono ricerche che mostrano come il comportamento eroico possa, in determinate circostanze, anche essere elicitato dalla pressione sociale, soprattutto se l’eroismo è socialmente riconosciuto in alcuni ruoli come professionisti che lavorano in situazioni di emergenza. In questi casi si riconosce l’eroismo in quei professionisti che agiscono oltre quanto ci si attenderebbe all’interno del dovere lavorativo.

La pandemia COVID-19 ha mostrato molti eroi del quotidiano, soprattutto in ambito sanitario, ma anche in molti ambiti in cui solo poco tempo fa mai si sarebbe immaginato di incontrare dei valorosi (supermercati, trasporti, pulizie solo per citarne alcuni). Tuttavia, altrettanto sorprendentemente, ben presto abbiamo ascoltato molte di queste persone insignite del temine eroe, rifiutare questa designazione socialmente riconosciuta.  Quali aspetti indessicali risultano problematici in questa circostanza rispetto al riconoscimento di un “eroe”?

L’iconografia degli eroi li rappresenta normalmente in guerra contro un nemico da uccidere, bardati di protezioni personali e in procinto di compiere atti straordinari. Gli eroi di questa pandemia, invece, hanno mansioni di cura, eseguono gesti e mansioni che preservano la vita nella loro semplicità: si occupano dei malati e delle loro relazioni intime; distribuiscono beni di prima necessità, consegnano merci a domicilio. In questi gesti del quotidiano, divenuti pericolosi e proibiti per i più, molte persone in questa pandemia espletano le funzioni definite eroiche mostrando resistenza alla fatica, allo stress psicofisico, rischiando la propria incolumità a volte senza alcuna armatura.

Alcuni aspetti paradossali hanno tuttavia accompagnato l’emergere dell’eroismo del quotidiano in questa emergenza.  Un primo aspetto è costituito dal fatto che gli eroi sono stati designati sulla base della loro necessità. Persone che non hanno scientemente scelto di agire in modo eroico sono stati identificati come baluardi della protezione collettiva e così vincolati moralmente a ricoprire un ruolo salvifico al quale spesso si sono trovati impreparati. Da un lato persone che nel nostro immaginario hanno rappresentato davvero le icone dell’ordinario, insignite pubblicamente del termine “eroe” si sono trovati ad affrontare durante l’orario lavorativo un pericolo invisibile a volto scoperto e a mani nude (a volte letteralmente!) e impreparati verso un nemico che nessuno conosce davvero. Di contro, questi stessi eroi si sono trovati a fronteggiare, a fine servizio, uno stigma di “untore” rispetto alla stessa società che gli riconosce il carattere straordinario di difesa della collettività. Molti di questi lavoratori hanno dovuto allontanarsi dalle proprie case e lasciare le proprie famiglie, in quanto ritenuti potenziali portatori del male, sono stati posti a lavorare in situazione di isolamento, e hanno dovuto gestire durante il lavoro relazioni che molto hanno dell’intimo (come nei casi in cui offrono conforto durante il fine vita) senza altro contatto personale se non quello di uno sguardo.

In questo si è compiuto durante la pandemia il paradosso dell’eroe: un pubblico inneggiare alla sua azione salvifica, spesso rinvenibile sui social media da parte di un pubblico anonimo; uno stigma agito nell’isolarlo attivamente nel privato. E così, inneggiando agli eroi da un lato, ghettizzandoli dall’altro, questi sono stati privati di uno degli aspetti cruciali della capacità umana di resilienza: il contatto umano e un supporto sociale autentico e significativo durante l’emergenza.

Ma questo è il destino connesso al termine “eroe”: il suo ritrovarsi ad agire in solitaria, a protezione della comunità e a rischio della propria incolumità. Non sorprende se alcune categorie di professionisti hanno più volte dichiaratamente rifiutato questo termine come rappresentazione del loro agire professionale in questa emergenza. Eroi loro malgrado, molti non si sono tuttavia tirati indietro di fronte al proprio dovere, ed è a molti eroi del quotidiano che oggi dobbiamo il nostro grazie. Per aver consentito che la vita di molti proseguisse serenamente, per aver accompagnato chi era nella sofferenza ben oltre il dovere professionale, per aver accettato un ruolo che non avevano progettato di ricoprire, per aver gestito questo con spirito di comunità e di sacrificio personale. Quel che manca nella rappresentazione dell’eroe del quotidiano, differentemente dall’eroe dell’iconografia guerriera è la sua celebrazione. Cosa ne sarà di questi eroi una volta sconfitto il nemico invisibile? Come li accompagneremo a riprendersi la loro vita e a rielaborare quanto hanno fatto? Cosa ricorderemo del loro eroico agire? Non le gesta eclatanti, perché non ce ne sono, ma il loro agire nel quotidiano, il loro fare piccolo e continuo. E dovremo capire il valore profondo sul piano sociale della persistenza della loro azione, anche quando, a volte, il loro agire non riusciva a risolvere la situazione. La persistenza dell’eroe del quotidiano.

 

Un “Paese che riscopre molti eroi”: la speranza del futuro.

Tutto questo la pandemia ha creato, su molto di questo ancora potremo e dovremo riflettere nel tempo per trovare le parole giuste per definire quello che è successo, le parole per definire le persone e i loro ruoli nell’emergenza, le parole nuove, non prese a prestito dal passato, per scrivere la vita sociale che vorremmo seguisse a tutto questo. E rivedere, anche, che gli eroi sono molti, moltissimi: genitori, figli, insegnanti, operai e massaie, professionisti, volontari, religiosi, ciascuno nel suo eroico ruolo del quotidiano in questa emergenza. Ciascuno con il suo modo di offrire in modo persistente piccoli gesti che hanno mantenuto relazioni in vita. Ed è dall’eroismo del quotidiano che da una pandemia gestita nell’egoismo politico riprenderà la vita comunitaria. Giorno dopo giorno, in modo persistente.

Quando tutto si sarà concluso, potremo dire “beato il Paese che riscopre molti eroi”, parafrasando in positivo Bertold Brecht, e ringraziare i moltissimi eroi del quotidiano (ognuno avrà i suoi), perché è da persone che si prodigano per gli altri con senso del dovere e cura reciproca che alla fine della pandemia ricominceremo a credere nel senso vero di essere comunità.

 

*Alessandra Talamo,

Sapienza Università di Roma

Consulta femminile

Note

[1] Edwards, D. (1998) Discourse and Information: an essay review on “Discourse, consciousness and time” by Wallace Chace, Culture and Psychology, 4(1), 131-145.

[2] Per il testo integrale della dichiarazione della Pandemia COVID-19 si veda:

https://www.who.int/dg/speeches/detail/who-director-general-s-opening-remarks-at-the-media-briefing-on-covid-19---11-march-2020

[3] Per una disamina recente degli effetti psicologici della quarantena si veda: Samantha K Brooks, Rebecca K Webster, Louise E Smith, Lisa Woodland, Simon Wessely, Neil Greenberg, Gideon James Rubin (2020). The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence. Lancet; 395: 912–20.

Anche disponibile su: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0140673620304608

[4] Franco, Z. E., Blau, K., & Zimbardo, P. G. (2011). Heroism: A Conceptual Analysis and Differentiation between Heroic Action and Altruism. Review of General Psychology, 15(2), 99–113. https://doi.org/10.1037/a0022672

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