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Dalla psicosi per la meningite nel bergamasco ai timori suscitati dal coronavirus in Cina e in tutto il mondo,

 

intervista a Marco Rizzi, direttore dell'Unità di malattie infettive dell’ospedale di Bergamo

Prosegue la campagna di vaccinazioni nel bergamasco dopo i casi di meningite che nelle ultime settimane hanno suscitato preoccupazione presso le comunità interessate e non solo. Complici i media, che talvolta offrono un’informazione superficiale e allarmistica, gli eventi hanno alimentato una sorta di psicosi, facendo salire la richiesta di vaccini e antibiotici. Un meccanismo psicologico che spesso si innesca per un “contagio della paura”, mentre si perdono di vista i dati oggettivi. Accade in questi giorni anche per la diffusione in Cina di un virus responsabile di almeno 26 morti. Ne abbiamo parlato con Marco Rizzi, direttore dell’Unità di malattie infettive dell’ospedale di Bergamo:

Anzitutto facciamo chiarezza. Quanti sono i casi reali di meningite nel bergamasco?
I casi da meningococco di gruppo C ad altra trasmissibilità e virulenza sono cinque. Poi ci sono stati altri casi, come se ne osservano correntemente, ma non correlati al focolaio epidemico del Basso Sebino.

La notizia sui media ha destato preoccupazione per la possibilità di un’estensione del contagio. Qual è il suo parere?
Il focolaio di cui stiamo parlando è stato molto circoscritto nello spazio e nel tempo, perché ha coinvolto in poche settimane solo 4 o 5 Comuni che si affacciano sulla parte Sud del lago d’Iseo. Al di fuori di quell’area geografica non c’è mai stato motivo di allarme. Da alcuni giorni non c’è evidenza di nuovi casi quindi è possibile che ne stiamo uscendo, ma è presto per trarre conclusioni.

Nel bergamasco le autorità sanitarie hanno comunque ampliato l’offerta gratuita dei vaccini. Come mai questa scelta?
Quando i casi sono più di un paio si attiva un protocollo che prevede due misure. Una è la profilassi con gli antibiotici che va circoscritta solo ai contatti stretti, quindi chi abita nella stessa casa e i compagni di classe o d’ufficio. L’altra è la vaccinazione nella comunità interessata alla trasmissione. In questo caso sono stati coinvolti i comuni nei quali si sono manifestati i casi di malattia e un anello di sicurezza di comuni limitrofi bergamaschi e bresciani in stretta contiguità con i primi, per lo scambio di persone per motivi di studio, lavoro, spostamenti. C’è stata un’offerta vaccinale gratuita e volontaria allargata a tutte le persone fino ai 60 anni di età, con l’attivazione di punti vaccinali straordinari al di là dei consueti ambulatori territoriali. Anche i medici di medicina generale hanno contribuito alla vaccinazione presso i loro studi. I bambini fino a 10-15 anni ricevono un’offerta vaccinale già da anni, perciò sono per lo più protetti, gli over 60 si ammalano raramente di malattia meningococcica, e quindi l’offerta ha investito essenzialmente i pochi bambini non coperti e dall’adolescenza alla terza età tutto il resto della popolazione.

C’è anche chi fa ricorso ad antibiotici senza consultare il medico o che chiede il vaccino anche se non ci sono reali condizioni di rischio...
Lo sconsiglio, perché stiamo parlando di una malattia grave, ma rara, che a livello nazionale fa 200 casi l’anno. Sono piccoli numeri e non ha senso un’offerta vaccinale per l’intera popolazione. È giusta in età pediatrica dove circolano i meningococchi B e C, e per le persone che hanno condizioni di rischio aumentato – per patologie o perché svolgono attività particolari, per esempio in Paesi dove c’è grande circolazione di meningococco –, per le quali è in vigore già da anni un’offerta vaccinale gratuita, ma stiamo parlando di casi molto specifici”.

Per capire qual è l’effettiva incidenza della meningite in Italia può essere utile un confronto con altre malattie come l’influenza...
C’è una sproporzione fra l’allarme e i numeri, perché l’influenza interessa una quota variabile della popolazione dal 4 al 12%, quindi molti milioni di italiani, e mediamente causa dai 4 agli 8mila morti l’anno: un numero incomparabilmente maggiore rispetto ai pochi morti per malattia meningococcica. È paradossale, ma riscontriamo una grande pressione per il vaccino anti meningococcico, anche per chi non è a rischio, a fronte di una scarsa richiesta o adesione all’offerta del vaccino antiinfluenzale, che sicuramente potrebbe far risparmiare molte più vite.

Quali sono le caratteristiche principali della malattia?
La malattia è molto aspecifica nelle fasi iniziali e si manifesta con febbre, malessere, perdita di forze e di appetito, dolori muscolari diffusi. A volte c’è un’infiammazione delle vie superiori che sembra una banale influenza, quindi è difficile inquadrarla. La metà dei casi circa si manifesta con la meningite, che per il medico è facile da riconoscere. Purtroppo nell’altra metà dei casi il meningococco è presente, ma senza chiare manifestazioni. Poiché la progressione può essere molto rapida, purtroppo il tempo utile per sospettare la diagnosi e somministrare la prima dose di antibiotico è molto limitato, e ci si gioca, a volte, tutto in poche ore.

Come avviene il contagio e come prevenirla?
La trasmissione avviene attraverso la saliva, quindi stando vicini alla persona ammalata o che è portatrice, e i rischi aumentano se si frequentano ambientati affollati e mal ventilati. Per le persone che hanno un rischio aumentato, oltre alla vaccinazione è consigliabile evitare di soggiornare a lungo in ambienti affollati o mal ventilati, ed indossare una mascherina chirurgica. Infine è bene curare l’igiene delle mani.

Il virus in Cina ha già fatto 26 morti, l’OMS esclude ad oggi rischi di un’epidemia globale, ma anche qui cresce il timore, anche in Italia...
Per ora abbiamo elementi parziali, ma sembra che ci troviamo di fronte ad un caso di malattia da coronavirus, simile alla Sars e o alla Mers che circola da anni nella penisola araba. Sono virus di origine animale che si trasmettono dall’animale all’uomo, ma anche da persona a persona. Dire quanto questa malattia sia pericolosa in questo momento non è possibile. Sappiamo che dalla regione interessata ci sono voli quotidiani diretti anche con l’Italia, per cui la possibilità che una persona arrivi in fase di incubazione o con la malattia già manifesta e che porti nel nostro Paese il virus esiste, ma è presto per essere in particolare allarme. L’esperienza di altre sindromi simili ci dice che si sono dimostrate problemi rilevanti localmente, ma a livello globale non hanno causato disastri. Potremo dire di più quando avremo dati maggiori.

 

FONTE: CITTÀ NUOVA

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